Philadelphia

Andrew Beckett/Tom HanksC’è una scena che rimane avvinghiata addosso più di tutte, che non se ne va. Andrew Beckett (Tom Hanks) è distratto ma finalmente sereno. Ormai debole, è attaccato alla flebo mentre il suo legale, Joe Miller (Denzel Washington), cerca invano di farlo rimanere concentrato sul processo. Il giorno seguente si svolgerà l’udienza più importante, quella che vede come protagonista proprio Andrew Beckett, avvocato, gay, malato di Aids. Andrew, quella sera, vola con la mente, è leggero e in pace. Una musica si alza graduale ma imponente. È il canto di Maria Callas e Tom/Andrew lo descrive, ne accompagna le strofe struggenti, fino a piangere, ben oltre il pianto. E noi, con lui, ci emozioniamo e a stento tratteniamo le lacrime.

Riesci a sentire l’angoscia nella sua voce? Riesci a sentirla Joe? Adesso entrano gli archi.
E cambia tutto quanto. La musica è invasa da una speranza.

A pensarci bene è proprio la musica il filo conduttore del film, in particolare tre brani.
Quello iniziale, con il viaggio per le strade di Philadelphia. È la voce roca del “The Boss”, Bruce Springsteen, a tracciare il percorso dentro alcune delle paure più sconvolgenti per la società occidentale degli anni ’80 e ’90: l’Aids, i gay e il pregiudizio che li circonda.
La scena dell’opera e Maria Callas ci lascia sgomenti, come afflitto è Denzel Washington, che non sa fare niente di meglio che alzarsi e andarsene, pieno di commozione.
La terza canzone è quella di Neil Young, che accompagna l’amarcord finale, le foto di Andrew da giovane, con quella famiglia che non lo ha mai abbandonato, nonostante tutto e tutti. È proprio là, tra un ricordo e l’altro, che ci si può finalmente abbandonare alla tristezza e scoppiare in un pianto meritato.

La cosa che mi piace di più del diritto?
Il fatto che, una volta ogni tanto, non sempre, ma a volte, diventi parte integrante della giustizia applicata alla realtà. È un’esperienza davvero eccitante quando questo avviene.

Philadelphia (1993) indaga l’essenza della discriminazione, attraverso la vicenda processuale del giovane e talentuoso avvocato Andrew Beckett, la cui interpretazione vale la prima statuetta a Tom Hanks (che bisserà l’anno successivo nei panni di Forrest Gump). Omosessuale e malato di Aids, Andrew viene ingiustamente licenziato da uno dei più blasonati studi legali della città. L’unico a sostenere la sua causa è un altro avvocato, il meno prestigioso Joe Miller. Superate le diffidenze iniziali e le paure del diverso e di una malattia vista da tutti come la peste, i due instaurano un rapporto di fiducia ed amicizia. Sarà proprio questo legame a guidarli in una battaglia apparentemente persa in partenza.

Se lo stanno chiedendo. Insomma credetemi io so che guardano me e se lo domandano. Quindi parliamone apertamente, usciamo allo scoperto, mettiamo una bella luce negli angoli bui. Perché questa causa non è solo sull’Aids. Quindi cominciamo a parlare dei veri problemi di questo processo. L’odio della gente, la nostra ripugnanza, la nostra paura degli omosessuali.

Attraverso l’analisi dei vari testimoni sentiti al processo, il film ricompone quel puzzle fatto di bigottismo, ipocrisia e cinismo che contraddistingue non solo i rapporti professionali dell’alta società, ma la vita di tutti noi. E allora la battaglia processuale di Andrew diventa anche lo spunto per interrogare tutti quanti, a partire dai protagonisti fino ad arrivare a noi spettatori, su quanto il pregiudizio e la paura condizionino, spesso irrimediabilmente, la nostra esistenza.

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